Il 1975 fu l'anno della scoperta dei giganti. I dischi costavano, e i tre adottarono un sistema rigoroso: si comprava a turno, uno alla volta, e il vinile veniva immediatamente riversato su musicassetta in due copie. Chi aveva comprato teneva l'originale; gli altri due, il nastro. Il sistema non fu mai messo per iscritto e mai violato. È probabilmente il primo arrangiamento firmato Unduetre.
A Natale di quell'anno arrivò la svolta, per posta. Un vecchio zio d'oltralpe, appassionato di musica, spedì ad Aldo una chitarra elettrica — una Eko economica — con un mini amplificatore. Nessuno seppe mai se lo zio avesse intuito qualcosa o avesse semplicemente sbagliato regalo. Aldo, che fino a quel momento aveva cantato per non suonare, si ritrovò con uno strumento che non poteva odiare: non era un flauto.
La chitarra finì nel garage di casa, e nel garage finirono anche gli altri due. Si strimpellava a turno, si riascoltavano le cassette, si provava a rifare. Fu lì che venne fuori l'idea della band — nessuno ricorda chi la disse per primo, il che è coerente con tutto il resto.
L'estate del 1976 fu memorabile, ma non per la musica: per il lavoro. I tre passarono le vacanze scolastiche a guadagnarsi gli strumenti, convinti che non si trattasse di acquisti ma di protesi — il prolungamento delle mani, dicevano. Tobia coronò la stagione il 28 settembre 1976: una batteria King's Stone Mod. 2000, cinque pezzi, usata, centoventimila lire — la ricevuta della ditta La Rosa & Figli è uno dei pochi documenti sopravvissuti dell'epoca.cfr. Tav. 1 — la ricevuta, unico documento contabile superstite Dei cinque pezzi, peraltro, ne montò da subito solo una parte: gran cassa, rullante, due piatti. Il resto, sosteneva, erano note che non gli servivano. E bacchette. Molte bacchette, comprate con la lungimiranza di chi conosce il proprio braccio. Elia cercò subito un Moog, lo trovò di terza o quarta mano, e vi praticò una serie di modifiche che a oggi non sono state del tutto comprese. Quando gli si chiedeva cosa avesse fatto, rispondeva che aveva aggiunto le note mancanti.
Da quell'autunno, ogni prova cominciò allo stesso modo: Tobia alzava le bacchette e dava il tempo. Uno, due, tre. E partivano.
Non furono loro a dare il nome alla banda. Fu il nome che, prova dopo prova, li cercava — finché qualcuno, fuori dal garage, non lo sentì e credette che fosse già il loro.