Il garage dava su un cortile, e il cortile su altre case. Le prove non erano un segreto: erano un fatto acustico noto a tutto il vicinato.cfr. Tav. 8 — la band non è nella foto. È nel buio, dietro.
Ogni pezzo cominciava allo stesso modo. Le bacchette di Tobia in alto, la voce sopra il silenzio: uno, due, tre. Poi il frastuono. Per chi ascoltava da fuori, le uniche tre parole comprensibili dell'intera prova erano quelle. Si ripetevano decine di volte a pomeriggio, con la regolarità di un'insegna.
Fu così che il vicinato, dovendo pur chiamare in qualche modo la cosa che abitava nel garage, la chiamò con le uniche parole che la cosa stessa pronunciava chiaramente. «Stasera suonano quelli dell'unduetre.» Nessuno sa chi lo disse per primo. Quando la frase arrivò alle orecchie dei tre, il nome era già in uso da settimane: non ci fu battesimo, ci fu una presa d'atto.
Provarono, pare, a discutere alternative. La discussione durò poco: ogni proposta veniva messa ai voti, e ogni votazione cominciava inevitabilmente con qualcuno che contava. Si arresero.