Se il castello fu il concerto zero — una festa privata, un pubblico invitato, una cacciata — il primo concerto vero, quello davanti a sconosciuti, si tenne dove meno te lo aspetti: a scuola. Nella stessa scuola dove la band era nata, qualche anno prima, durante l'ora di musica.
Era il 1977. L'istituto era autogestito da alcuni giorni: lezioni sospese, orari riscritti dagli studenti, aule piene di assemblee e dibattiti, e — nel programma di quelle giornate — una «lezione di musica» che di didattico non aveva nulla.cfr. Tav. 9 — il concerto in programma come una lezione Fu lì che Unduetre salì per la prima volta su un palco che non era il garage di nessuno.
Si racconta che alcuni professori, incuriositi, vi parteciparono. Gli stessi che negli anni avevano corretto quei ragazzi assistettero, dall'ultima fila, alla lezione di musica più rumorosa mai tenuta in quell'aula. Stavolta nessuno gridò che quelle note non esistevano. Era già qualcosa.
A presentarli fu un compagno di quinta, ripetente e ormai maggiorenne, che del palco aveva meno paura degli altri. Li annunciò con una formula rimasta agli atti: «Gli Unduetre — che poi sono quattro, ma sembrano cento.» Era vero su entrambi i fronti, e nessuno ha mai stabilito se l'avesse detto per spiegare o per scusarsi.
Suonarono quattro o cinque pezzi, tutte cover, le solite degenerate fino a non somigliare più all'originale. Poi, come da regola mai scritta, vollero chiudere con il pezzo. Aldo lo annunciò al microfono con un orgoglio che i presenti ricordano ancora parola per parola: «E adesso il pezzo. Un nostro brano che non risentirete mai più.» Aveva ragione due volte. Non lo si sarebbe più risentito perché non era mai due volte uguale, e perché di lì a poco non ci sarebbe stato più tempo per niente.
Verso la fine — se fosse la fine è difficile dirlo, ma piace pensarlo — la Celere fece irruzione e sgomberò la scuola. L'autogestione si chiuse lì, nello stesso istante in cui si chiudeva il pezzo, o quasi. La superstizione nata al castello ebbe la sua seconda conferma: dopo il pezzo, in un modo o nell'altro, si viene mandati via. Stavolta non fu una famiglia infastidita. Fu lo Stato.
Nei tafferugli che seguirono ognuno recuperò quel che poté. Elia non recuperò tutto: qualche modulo del suo sintetizzatore andò perduto nella confusione, e non tornò mai. È una simmetria che l'archivio registra senza commentare — i moduli di Elia, che per anni erano comparsi senza che nessuno lo vedesse comprarli, cominciarono quel giorno a sparire nello stesso modo.
Il basso, quella sera, era ancora di Ian. Mancavano pochi mesi alla moto, al braccio, a Iver. Ma quello era il futuro. Quella sera Unduetre aveva suonato per la prima volta davanti a gente che non lo conosceva, nella scuola che lo aveva visto nascere, e se n'era andato scortato fuori dalla polizia. Per una band come quella, era esattamente il debutto giusto.